Infatti per gli estremisti sauditi permettere alle donne di fare le commesse è una rottura dei tabù, un invito a quegli “esseri inferiori” ad uscire di casa e un invito alla promiscuità, severamente vietata dallo wahabismo vigente in Arabia Saudita. Di norma una donna saudita non può trovarsi in compagnia di un uomo che non sia un consanguineo. Oltretutto per lo wahabismo è proibito “maneggiare denaro” (cosa un po’ difficile nell’opulenta Arabia Saudita).
Un decreto di questo tipo, che tre anni fa i conservatori erano riusciti a bloccare, potrebbe creare 40mila posti di lavoro.
Intanto lo zelante ministero del Lavoro ha già provveduto a piazzare “osservatori” nei negozi di intimo per evitare che le donne non subiscano “molestie”. Peccato che gli osservatori saranno uomini. Peccato che alle donne saudite sia tra l’altro vietato guidare e muoversi da sole senza essere accompagnate e senza autorizzazione. Peccato che a quanto sembra i petrodollari non facciano sentire loro neanche la necessità di muoversi da casa, perché per loro va sempre qualcun’altro a fare acquisti e commissioni. Perciò non è escluso che la clientela dei negozi di biancheria intima continui ad essere maschile. In ogni caso, anche se è femminile, non è certo un progresso nel vero senso della parola, trovare commesse donne. Perché ciò è di fatto l’ennesimo indice della segregazione sessuale vigente in Arabia Saudita. Nonostante i proclami di qualche emancipata principessa reale e qualche apertura voluta dall’ottuagenario re Abdullah, la primavera araba non ha ancora scalfito lo wahabismo. La stessa introduzione di commesse donne negli esercizi commerciali di biancheria intima (tra l’altro, come già detto, limitata a quell’ambito) è un cambiamento perché nulla cambi.











