Il piccolo stato americano del Vermont è, in questi mesi, teatro di una guerra interna al movimento degli ambientalisti degli USA. A scontrarsi, due concezioni diverse di ambiente e di come proteggerlo.
Lo scontro è iniziato un anno fa, quando la assemblea parlamentare del Vermont ha votato la decisione di arrivare, entro il 2017, ad una quota di energia rinnovabile del 20%, inserendo questo obiettivo tra i dettati di legge. La conseguenza diretta è stata la decisione di non rinnovare la licenza alla centrale nucleare di Vermont Yankee.
Immediatamente si è scatenata la guerra interna tra i verdi americani: molti di loro sono infatti sostenitori del ruolo rilevante che il nucleare può avere ed ha nel combattere i cambiamenti climatici, il riscaldamento globale e nel contenere le emissioni di CO2. D’altro canto, sia i verdi pro-nucleare che i nuclearisti e basta, fanno presente che Vermont Yankee da sola vale il 33 per cento del mix energetico dello Stato: anche se l’obiettivo del 20% di energia da fontirinnovabili venisse raggiunto, quindi, rimarrebbe un ulteriore 10-15% da recuperare rispetto alla situazione attuale.
Quello che maggiormente impressiona, però, è il dibattito o per meglio dire lo scontro interno al movimento ambientalista, nello Stato e nell’intera America.
Tra i punti principali che i verdi critici rispetto all’operazione avanzano, è che l’obiettivo del 20% di rinnovabili prevede la realizzazione di numerose centrali per la produzione di energia dal vento: grandi estensioni di pale e turbine eoliche che dovrebbero distribuirsi sull’intera superficie del piccolo stato. Al prezzo della disbocazione di ettari ed ettari di quelle meravigliose foreste che coprono tre quarti ed oltre del Vermont e che lo rendono famoso in tutta America.
“Proteggiamo il nostro paesaggio”, ha scritto, anzi gridato Steve Wright su New York Times nei giorni scorsi. Il semplice fatto che tale posizione sia arrivata sulle pagine del principale quotidiano USA, che è anche uno dei più autorevoli al mondo, è chiaro segno del seguito e dell’importanza che il movimento deiverdi pro-nucleare ha raggiunto negli USA.
E’ poi interessante far notare che il paesaggio a cui Wright fa riferimento come bene da proteggere non è un’eredità antica, ma è il frutto del lavoro, o meglio del non-lavoro, dell’uomo negli ultimi 100-150 anni.
Fino ala metà del 1800, infatti, il Vermont era noto per le sue vaste aree coltivate, una specie di granaio d’America di quel tempo. Poi sarebbero venuti i grandi stati del Midwest a togliere quella corona e quel titolo al piccolo stato del nordest. L’attrazione delle grandi aree industriali poste immediatamente a sud, la crisi economica degli anni Trenta del Novecento avrebbero dato il clpo di grazia alla agricoltura dello Stato. Se oggi il 78% del territorio è foresta, lo si deve soprattutto, quindi, all’abbandono delle campagne e allo spopolamento del territorio a favore delle aree metropolitane di Pittsburgh, New York, Boston.
Oggi, quell’abbandono ha prodotto un impressionante patrimonio naturale, che molti abientalisti vogliono a tutti i costi preservare, favorendo la continuazione della politica energetica nucleare a scapito della installazione di centrali eolica, che per forza di cose porterebbero alla distruzione di una grossa fetta di questo patrimonio. Da qui, lo scontro tra le due anime dei verdi americani.








